RICORDO DI FRANCO GREGORI "UCCIO" PDF Stampa E-mail
Scritto da MARCO   

Com’è noto il giorno 9 di settembre 2006, Franco, ci ha lasciato ed è andato avanti. Da tempo sapevamo che era molto ammalato ma finché nulla accade si stenta a credere che l’inevitabile possa toccare proprio ad uno di noi o a qualcuno a cui teniamo particolarmente. Si, Franco era uno di noi e perciò ci mancherà molto. A dire il vero già la scorsa stagione si notava la sua mancanza fisica durante le domeniche di "lavoro" sul Monte ma sia lui , che noi , ci tenevamo abbastanza in contatto, almeno per quanto ci era possibile. Venuto a conoscenza del tragico avvenimento fui molto colpito e nelle notti precedenti la cerimonia dell’estremo saluto, mi sono spesso ritrovato a ripensare a Franco, a come l’avevo conosciuto in questi anni di militanza, prima nelle squadre antincendio e poi nella Protezione Civile, ed a quanto mi sarebbe mancato. Pensai che dovevo mettere nero su bianco quanto mi passava per la testa per paura di dimenticare i particolari. Ma è impossibile dimenticare un amico, una persona così gentile e disponibile con tutti com’era Franco, aveva sempre un valido consiglio da dare a chiunque, e lo faceva sempre in modo garbato. Quel giorno, in chiesa, sentendo le toccanti parole della sua cara nipote, mi pareva di vederlo, ed i ricordi di cui Lei, gentilmente ci faceva tutti partecipi, rispecchiavano pari pari quanto nel tempo a noi concesso avevamo potuto godere della sua compagnia, della sua amicizia, della sua saggezza.

 

Per quanto mi riguarda lo conobbi ancor prima di entrare a far parte delle squadre antincendio, quando questo servizio era svolto dalle squadre costituite dalle associazioni, ed allora sedicenne, iscritto ad una di queste, partecipavo con altri amici alla lotta alla Processionaria, di domenica mattina, fu li che lo conobbi assieme ad altri Alpini.

Quando divenni maggiorenne mi iscrissi subito alla SVAM, la Squadra Antincendio Boschivo di Monfalcone, per intenderci quando la sede, o meglio il magazzino, era situato nel fatiscente edificio della ex Venica. Mi ricordo del gran incendio dell’agosto 1982, durato tre giorni, ci aveva messo tutti a dura prova, anche il C130. Era la prima sera, in Via del Carso, ricordo che Franco aprì il baule della sua auto e ci rifornì della pompette a mano e delle taniche bianche per l’acqua di riserva. Quella volta si andava così, con le proprie cose, con i propri mezzi. Assieme ad altri due amici, Berto e Mario, una volta consumata l’acqua attraversammo tutto il Monte ed arrivammo al tunnel ferroviario di Salita Mocenigo dove sostavano i Vigili del Fuoco, i quali ci negarono l’acqua, e non fu l’unica volta. Fu allora che ingaggiammo una discussione dai toni alti. Ma anche se Franco si arrabbiava, o meglio dissentiva, non lo faceva mai imprecando, od agitandosi, ma portando avanti fermamente, ma civilmente, le sue idee, e se il contendente non cedeva, egli spesso sorrideva. Credo sia difficile per una persona normale in certe occasioni, lui ci riusciva.

Sono tanti gli anni in cui ho avuto modo di lavorare con lui e quindi di conoscerlo, almeno ventisette. Per me e per Ruggero inventò un appellativo: "i veci-giovani", nel senso che eravamo tra gli ultimi rimasti dei primi iscritti, ma anagraficamente ancora relativamente giovani.

Ripensando a come oggi viviamo la nostra squadra, ritrovo tante cose, atti o tradizioni che sono state ispirate dalla volontà di Franco di fare gruppo, fare Squadra. Sappiamo come amava il suo Monte, e prima con l’A.N.A. e poi con noi, si è sempre impegnato nella salvaguardia del suo ambiente, ogni domenica mattina con la pulizia dei sentieri. All’interno di questa attività nacque il momento della merenda, all’inizio come incontro tra i nostri volontari che lavoravano ai sentieri limitrofi alle pinete che venivano spalcate dagli Alpini. Anche questo è diventato un tradizionale momento di incontro, dove oltre a rifocillarci, si parla e ci si scambia opinioni e battute. Poi la cassettina per le offerte dedicate alle merende ed alle vivande che la Virginia ci prepara, ma non solo. Da tempo era il nostro cassiere, ed alle riunioni, quando faceva i suoi rendiconti, soleva scherzare dicendoci :" dai muli deme schei". I ricavati, spesso frutto di autotassazioni servivano anche per fare regali, o presenti a chi si sposava, o a chi nasceva un figlio.

Per un lungo periodo ricoprì anche il ruolo di telefonista, lo ricordo sul suo tavolino, con la lampada accesa, il telefono all’orecchio, la matita sull’elenco telefonico, e l’immancabile sigaretta in mano. Ma appena aveva tempo prendeva subito la scopa e si metteva a pulire la Sede, si perché lui teneva moltissimo alla nostra Sede, poiché era il punto di ritrovo, la nostra comune casa, ciò che a fatica anche Ciano cerca di infondere nelle menti e nei cuori di tanti volontari.

Era il tempo in cui si condivideva tale spazio con altre due associazioni. In particolare una di queste aveva al sevizio sempre un obbiettore di coscienza. Qualche volta Franco si arrabbiava e diceva:" ciò, xe posibile che un vecio come mi devi sempre ciapar la scova in man, e quel lì, che el xè giovane, nol se movi della sedia". Col passare degli anni passò a me il testimone delle chiamate, e quando gli telefonavo per avvertirlo di qualche riunione od attività, mi rispondeva sempre :" no xè fogo no?".

Di lui ricordiamo l’amore per il Sommaco, di cui egli era un abile manipolatore. Dalle sue mani sono usciti numerosi oggetti che regalava in varie occasioni, io ne conservo gelosamente alcuni. Amava ancor di più la Roverella. Ogni dove trovava dei gruppi di questi alberi faceva di tutto per salvarli, ai piccoli virgulti ripuliva delicatamente i rami e le foglie, ai possenti fusti dava spazio e luce tagliando il sottobosco circostante e le altre piante infestanti. Ora la pulizia dei gruppi di Roverelle è diventato un nostro impegno.

Fu il primo che dedicò alle sue amate nipoti due alberetti, in memoria di vecchie tradizioni ormai perdute, un albero un bambino. Altri lo seguirono, per ultimo anch’io per il mio Valentin. Ora il giardino sul retro della nostra sede ha diverse piccole piante, un giorno formeranno un piccolo parco di forti alberi.

Non meno importante il suo impegno con le scolaresche nel trasmettere alle nuove generazioni l’amore per l’ambiente che ci circonda, un amore che non sia solo una parola, ma una fede espletata attraverso i fatti. Così, pieno di orgoglio accompagnava i scolari e le maestre per i sentieri carsici spiegando e raccontando attraverso aneddoti e storie semplici, ma che colpivano l’immaginazione dei ragazzi, che sicuramente non lo dimenticheranno.Anch’io, come lui, sono convinto che bisogna prestare molta attenzione alle nuove generazioni, perché sono il nostro futuro.

Nel momento in cui la malattia pian piano c’è lo stava portando via, qualche volta, da solo o con altri amici, sono andato a trovarlo. Una casetta calda, graziosa forgiata dalle mani sue e di sua moglie, come il giardino, una piccola oasi. Durante una di queste visite assieme all’amico Sandro, ci confidò che gli era balenata l’idea di mettere per iscritto i suoi ricordi, le sue memorie relative alla sua attività di volontario antincendio per lasciare qualcosa di se ai nuovi e futuri volontari, noi due lo incoraggiammo sicuri che la sua esperienza, e competenza, sarebbe stata di sicuro aiuto per tutti.A quanto mi risulta ciò non si è potuto realizzare, e per me rimane un amaro in bocca.

Da tutto questo ho capito che attraverso le piccole cose si fanno le grandi imprese. Franco è stato grande nelle tante piccole cose che ci ha lasciato e perciò non lo dimenticherò. Non lo dimenticheremo.

Grazie per il privilegio che mi hai concesso nell’essere tuo amico, grazie per quello che mi hai insegnato.

Ultimo aggiornamento Venerdì 15 Giugno 2012 15:09